Encanto*1

Regia di Byron Howard e Jared Bush (2021)

eleonora auriemma, anna di guida

Encanto, 60° film della Disney diretto da Byron Howard e Jared Bush insieme a Charise Castro Smith, nel 2022 ha ricevuto l’Oscar come migliore film d’animazione. Un cartone ricco di colori, fantasia, canzoni e ritmi cubani che abbagliano e rapiscono la mente dello spettatore adulto e bambino.

La vicenda è ambientata tra le montagne della Colombia, in una straordinaria e magica città il cui nome è Encanto. La città si presenta come un luogo incantato, magico, ma è anche il fascino della magia, del potere della bellezza, l’incantesimo che dona una seconda vita, una seconda opportunità, una seconda casa, dopo la tragedia, la solitudine, la morte.

Colombia, primi del Novecento. La giovane Alma Madrigal, il marito Pedro e i loro tre figli gemelli neonati Julieta, Pepa e Bruno scappano dal loro villaggio durante un attacco di alcuni assalitori, ma Pedro si sacrifica per proteggere la famiglia.

Prima di lasciarli donerà alla moglie Alma una candela accesa. Il suo sacrificio darà vita a un miracolo che irradierà dalla fiamma della candela: la magia che ne scaturisce fa comparire un’alta catena montuosa che circonda un piccolo villaggio nel quale i Madrigal e le persone fuggite con loro trovano rifugio e una casa per la famiglia, che vive di vita propria e viene soprannominata Casita. Alma come una fenice si rialzerà dalle sue ceneri e porterà avanti la sua stirpe concedendo alla famiglia di “sbocciare” e vivere in armonia.

Compiuti i cinque anni tutti i membri della famiglia Madrigal ottengono un dono magico, un vero e proprio superpotere, che chiamano “talento”. I tre figli di Alma scoprono di avere il talento attraverso un rito a cui assiste non solo la famiglia, ma tutti gli abitanti di Encanto. Il rito che attribuisce il dono è rappresentato visivamente e fisicamente dall’apertura della porta della stanza di ciascuno. Al solo tocco della mano la porta si illumina della luce della candela e del potere dando accesso ad un mondo magico che da allora in avanti accompagnerà il prescelto. L’apertura della porta richiama metaforicamente l’accesso al mondo interno del bambino.

Tutto il paese di Encanto ammira la famiglia, alla quale è grata per come si adopera mettendo a disposizione i poteri dei suoi membri. Nel procedere del film lo spettatore viene a conoscenza di un figlio, Bruno, come si vede nella prima scena, che però nessuno dei protagonisti nomina.

Bruno ha il dono di vedere il futuro ma le sue visioni sono spesso catastrofiche, generano angoscia. Il peso della sventura che pensa di portare con sé e per la famiglia fa sì che scompaia senza far più ritorno: questo porta l’intero villaggio a smettere di parlarne, come se non fosse mai esistito.

Con il passare del tempo la famiglia si allarga e Alma diventa Abuela per i molti suoi nipoti.

Mirabel, nipote di Abuela e giovane protagonista, è l’unica che non riceve in dono nessun talento al suo rito di iniziazione, la luce miracolosa della sua stanza non si accenderà. Per tutta l’infanzia vivrà nell’ombra, alle spalle della luce di Encanto, sentendosi diversa e manchevole in quanto priva di un potere che la ponga al pari delle sorelle e della famiglia tutta.

La ragazzina cerca maldestramente di essere d’aiuto e al servizio della famiglia, ma vivrà il dolore di non sentirsi mai abbastanza, mai abbastanza utile, mai abbastanza interessante, mai abbastanza speciale. Nonostante le apparenti rassicurazioni sul fatto di essere comunque importante e di essere sempre amata, Mirabel intercetta gli occhi angosciati e delusi di Abuela Alma.

La nonna sente come una missione quella di preservare la magia che accende la fiamma della candela e con essa il prestigio e l’importanza della famiglia agli occhi dell’intero villaggio: per questo motivo non riesce né a provare empatia per la nipote né a cogliere il suo valore. Il timore di entrare in contatto con la fragilità che sta iniziando ad insinuarsi nella stirpe, spinge la nonna a difendersi fortemente dalla possibilità di sintonizzarsi con il dolore, la sconfitta, il fallimento, proiettando in Mirabel l’imbarazzo e il senso di pericolo che l’essere “senza talento” comporta per la famiglia stessa.

Tuttavia, viene da chiedersi quanto essere portatori di talenti, doni e magie possa anche essere un “peso”, perché con essi sembra essere negata la possibilità di essere stanchi, tristi, arrabbiati, “imperfetti” e, perché no, anche sbagliati. Quando l’onnipotenza magica impedisce l’espressione della sofferenza viene bloccato il percorso di crescita, verso la scoperta di un sé meno idealizzato ma più autentico e creativo.

Mirabel percepisce tutto ciò, con una emotività viva, una generosità autentica e con una sensibilità talentuosa diremmo. La ragazzina vede le crepe della e nella casa, vede la sofferenza delle sorelle: Luisa teme di non avere forze, “si sente debole”, sente il peso di una tensione che la può “far scoppiare”; Isabela, elegante e delicata in ogni sua movenza, costretta dal suo talento alla perfezione, non può dare spazio alla propria creatività, ai propri pensieri e anche alla propria rabbia. Ma la magia sta svanendo, la candela si sta spegnendo, e nessuno vuol vedere la realtà. Osservando le sorelle e la famiglia, Mirabel intuisce l’aspetto di fragilità e di dolore e scopre le crepe nella Casita. La fiamma della candela è sempre più fioca. Il fuoco del miracolo sembra aver smesso di pulsare.

Tale scoperta verrà negata dalla nonna e dall’intera famiglia che guarderà la giovane ragazza con delusione e la deriderà, definendola portatrice di sventura.

Mirabel riuscirà con la sua temerarietà, il suo coraggio e la sua generosità, a esprimere il “peso” che vive l’intera famiglia, sarà colei che permetterà alle crepe di venir fuori, essere viste; sarà colei che patendo il dolore e l’imperfezione potrà mostrare la sofferenza dell’intera famiglia; sarà lei il vero miracolo della stessa. Il subbuglio che Mirabel genera, l’autenticità del suo essere, permetterà l’integrazione degli aspetti “buoni e cattivi” della famiglia stessa, mostrando allo spettatore come solo dal riconoscimento della sofferenza potrà cominciare il percorso verso l’integrazione dei vari aspetti che compongono l’intera personalità e il superamento del conflitto.

Colpisce molto come tutti questi momenti di scoperta del sé e dei segreti familiari, che passano da generazione in generazione, possano essere solo cantati e ballati. Le canzoni hanno dei testi impegnati ed impegnativi eppure orecchiabili per i bambini; alcune di queste canzoni sono diventate un tormentone per i più piccoli, quasi a mostrare come sia possibile affrontare una difficoltà attraverso parole semplici alla portata dei bambini.

Leitmotiv del film è la canzone “non si nomina Bruno”. È nella canzone su zio Bruno che troviamo la chiave di lettura e di svolta del film.

“Niente può essere abolito, che non ricompaia qualche generazione più tardi, come enigma,come impensato, ossia come segno di ciò che non ha potuto essere trasmesso nell’ordine simbolico”1 (Kaës, 1993, pag. 63).

Lo zio che tutti tentano di dimenticare, la cui stanza è priva di potere e la cui torre ricoperta di erbacce, si deve cancellare, ma Mirabel lo cerca pensando che nella scoperta della sua storia, che è stata tenuta segreta, ci sia la possibilità di scoprire le proprie origini.

Possiamo interpretare questa storia tramite la teoria kleiniana dello sviluppo. All’inizio la famiglia si trova in una dimensione per la quale le parti buone e le parti cattive della famiglia sono divise: gli oggetti cattivi vanno espulsi perché minacciano quelli buoni e, espellendoli, si teme un loro ritorno e la loro ritorsione vendicativa.

La casa Madrigal con i suoi poteri rappresenta una difesa maniacale finalizzata a negare il male: e in effetti la magia Madrigal sembra trionfare, sempre, sulle difficoltà dell’esistenza.

Dall’altra parte Bruno, il profeta innominabile espulso dalla famiglia, è destinato a percepire le negatività familiari che non hanno posto nella vita magica. Tale destino continua in Mirabel che va alla ricerca dello zio profeta affinché possa aiutarla a comprendere il significato delle crepe di casa. Mirabel comprende che il cattivo e il buono possono integrarsi senza che il buono, come la casa familiare, debba crollare, e aiuterà la famiglia ad approdare alla posizione depressiva: un’integrazione tra l’oggetto buono e quello cattivo. Buono e cattivo, magia e dolore si appartengono.

Nella visione di Bruno questo potrà avvenire con un abbraccio: un abbraccio potente e delicato quello tra Mirabel e Abuela Alma, che unisce due menti, due corpi, due storie in una continuità tra passato presente e futuro, due generazioni. È così che la Fiamma della candela, il fuoco del miracolo arderà nuovamente ri-generando legami e ri-accendendo la luce della vita interiore.

Pensiamo che il film si ponga tanti obiettivi che cerca di mettere in evidenza: le dinamiche familiari, le aspettative degli altri, il sentimento di esclusione e solitudine, il diniego della diversità, la crescita personale che passa per l’accettazione di sé.

La protagonista non è una principessa ma una ragazzina che si trova ad affrontare il suo processo di crescita in un contesto idealizzato e superegoico che la mette a dura prova. Il confronto con la realtà interna ed esterna, anche attraverso il recupero della storia con il disvelamento del segreto familiare e l’accettazione delle parti fragili, permetterà che Encanto non venga distrutta e che il miracolo della vita continui.

1Kaës R (1993). Introduzione al concetto di trasmissione psichica del pensiero di Freud. In: Kaës R, Fiamberg H, Enriquez M, Baranes JJ. Trasmissione della vita psichica tra generazioni. Trad. it., Roma: Borla, 1995.